Corna programmate

Come molte delle storie che racconto anche questa trae spunto da fatti veramente accaduti. Nasce da una lunga corrispondenza via e-mail con un garbato e piacevole signore, un settantenne dalla mentalità estremamente aperta, con dei trascorsi erotici abbastanza complessi. Sebbene Il peccato pendente, come vedrete, non sia stato compiuto da lui, ma, per onestà “dell’autrice”, devo avvertire il gentile lettore che il protagonista ne ha commessi molti di peccatucci durante la vita matrimoniale. Non vengono raccontati in questa narrazione perché non pertinenti alla storia che voglio sottoporvi. Buona lettura. Naturalmente tutti gli avvenimenti sono romanzati e ogni riferimento a persone o cose, realmente esistenti, è puramente uomo è più fedele all’altrui segreto che al proprio: la donna invece custodisce meglio il proprio segreto che quello degli altri.” Jean de La Bruyère * * * Parte prima Anni Settanta, il giovane Mario nei sobborghi di Pisa, città neanche troppo grande. La nostra palazzina era un po’ isolata, un grande cortile (forse una vecchia fabbrica) la separava dalle ultime case di periferia. Un posto tranquillo, magari un po’ monotono per un ragazzo ma per me andava bene.


Ero un tipo introverso, mi piaceva leggere fumetti e mi trovavo meglio con gli adulti che con i ragazzi della mia età, sempre a scalciare dietro un pallone. Abitavamo al piano terra, poi c’era l’appartamento di una donna anziana che stava sempre dalle figlie e, sopra, la signora Elena, sposata, senza figli. Elena era ancora giovane ma, naturalmente, a me sembrava già “anziana”, per non parlare del marito, poi, che aveva una decina d’anni più di lei e quindi era addirittura più vecchio che mio padre.


Quando lei veniva a passare il pomeriggio da mia madre, che faceva la sarta, non potevo comunque fare a meno di cercare la posizione più idonea per spiare gli stralci del suo corpo burroso che traboccavano dai suoi camici attillati. Era abbondante e prorompente, di altezza media con le cosce piene, dalla bella carne rosea. I seni, molto grossi, erano sempre pressati da un reggipetto nero, le cui bretelle sbucavano dagli abiti in ogni sua mise. Con un libro o un giornaletto in mano, mi mettevo comodo, spesso per terra su un cuscino, e la spiavo per ore. Mi piaceva molto guardarla d’inverno, perché sotto la veste portava le calze. A volte nere, altre, colore del bronzo. Se ero fortunato, negli attimi in cui spalancava le gambe, vedevo il bordo della calza, le cosce chiarissime e la virgola arrapante delle mutande nere. Sempre, appena lei andava via, correvo nel bagno per farmelo in mano con una certa urgenza. Poi, un’estate, la signora Elena si fratturò il malleolo e, tra ingessatura e convalescenza, rimase a casa per quasi tre mesi.


Qualche volta salii a trovarla con mia madre. Ma erano visite brevi perché il lavoro che mia madre faceva non le permetteva di assentarsi a lungo. La signora, cui ero simpatico, disse che, se non mi seccava, potevo andare a trovarla il pomeriggio e magari aiutarla, se le fosse capitato di aver bisogno di qualcosa. Accettai di buon grado e non me ne pentii: oltre a trovare un diversivo piacevole alla monotona estate, a casa di Elena ero trattato come un principe. Mi faceva trovare sempre qualcosa di buono per merenda, potevo leggere ciò che volevo o guardare la tv, a mio piacimento. Ma la cosa che preferivo era aiutarla e stare con lei. * * * Faceva caldo ed Elena indossava sempre cosette molto leggere. Spesso apriva del tutto quei camici fiorati e poi si scherniva dicendo che potevo essere suo nipote e che con me non provava soggezione. Invece io provavo un miscuglio di emozioni e la spiavo sperando di non essere notato: infatti, non mi ha mai sgridato. Una volta la aiutai a raggiungere il bagno ma, quando entrò, Elena non chiuse la porta: “Abbi pazienza, Mario, ma mi gira tanto la testa. Lascio la porta accostata... dovessi sentirmi male”. Invece la lasciò spalancata ed io rimasi talmente sconvolto dalla facilità con cui fece scendere le mutande nere, mostrandomi il sedere bianco da matrona, che non riuscii a fingere di non guardare. Lei mi vide e, mentre orinava con suono scrosciante, deliziosamente mi sorrise. La mia libertà di movimento aumentava sempre più a casa di Elena. Quando il mio pisello si gonfiava troppo nei pantaloni leggeri, chiedevo di andare in bagno con una scusa e, con le immagini di lei, scoperta, stampate negli occhi, mi masturbavo incessantemente, anche due volte nello stesso pomeriggio.


Un giorno mi chiese se potevo passarle sulle gambe una crema medicinale. Aveva una camicetta già sbottonata sul reggiseno nero e una gonna leggera che sollevò davanti a me. Anche i suoi slip erano neri, come il solito, ed io sentivo la terra venirmi meno sotto i piedi: potevo toccarla ma ero terrorizzato. Avevo paura capisse che le mie carezze nascondevano il mio infinito desiderio. Ero soltanto un ragazzo! Spalmare quel prodotto scivoloso sulle sue cosce depilate, arrendevoli, era una specie di biglietto per il paradiso. Mi fermò un attimo la mano e chiese, innocente: “Mario, siamo sicuri che la porta sia chiusa?”. Mi mandò a controllare e quella complicità così intima mi fece bruciare le tempie, tornando sui miei passi mi girava la testa, come se fossi ubriaco. Quando rientrai in camera, si stava abbassando anche le mutande e, per la prima volta nella mia vita, mi trovai a pochi centimetri dal suo cespuglio nero. Avevo intravisto già una figa dalla ragazza ma mai così da vicino. “Non ti scandalizzare, lo so che sei un bravo ragazzo. Vedi, così puoi muovere meglio le dita: mi farà bene”. A furia di salire tra le cosce e di scivolare con le dita, le entrai dentro con l’indice un paio di volte. Controllai il suo viso, aveva gli occhi socchiusi e un’espressione estatica: non si lamentò, non disse nulla. Non ero più padrone dei miei gesti, iniziai a frugare in quello spacco che sembrava non finire mai tanto era arrendevole, succoso, dolce, caldo e accogliente.


Il giorno dopo m’insegnò a succhiargliela. * * * La toccai, senza parlare, per due o tre giorni. Mi permise di esplorare il suo corpo, quel corpo di donna che avevo tanto sognato, desiderato. Non mi sembrava vero: ero quasi infantile nella ricerca affannosa delle sue carni. M’infilavo sotto gli slip, sotto i seni umidi di sudore, la toccavo in tutte le posizioni; mi alzavo in piedi e mi mettevo alle sue spalle, per toccarla dall’alto oppure mi prostravo per terra, per infilarmi da sotto il tavolo nel profumo misterioso della sua intimità. Quando proprio non ce la faceva più, dopo ore di carezze libidinose, mi tirava la testa con le mani e mi affogava nella sua fregna. I peli trasudavano liquidi che io leccavo e suggevo, fino all’ultima gocciolina. Lei sussultava sulla sedia, o sul letto, quando veniva. Voleva che leccassi in fretta in quei momenti, e si mordeva le labbra mugolando per non gridare. Poi venne la fine di quella settimana pazzesca, e c’era suo marito, di sopra. Poi il lunedì lei andò al controllo e il martedì nemmeno stette in casa. Impazzivo di desiderio: contavo le ore, i minuti. Non mi toccavo, resistevo. Speravo che Elena mi facesse fare ancora qualcosa, speravo che un giorno mi avrebbe chiesto di mostrarle il mio cazzo. Svevo i brividi solo a pensare alle sue carezze. Ma avevo troppa paura che non fosse durissimo, o che lei lo avrebbe trovato troppo piccolo, infantile. Il giovedì, finalmente, mi chiamò. Si comportava come se non fosse mai successo niente ed io mi sentivo morire, non sapendo cosa fare per rompere il ghiaccio. Mi chiese di leggerle un articolo di un giornale che non avevo mai visto, si chiamava ABC. Prima non ci feci caso, per quanto ero impacciato, poi mi accorsi che c’erano storie eccitanti e foto di donne nude. “Ti piace?” chiese con un sorriso malizioso. Poi la sua mano chiara s’infilò nei miei pantaloni e, piano, mi cercò il pene. Sentii che lo stomaco veniva come strizzato, e tremavo. Elena mi fece qualcosa che non scordai più. Era seduta sul bordo di un piccolo divano; con delicatezza mi fece girare, invitandomi, con la sola pressione delle mani, ad abbassarmi verso il tavolo del soggiorno. Non capivo cosa stesse per succedere ed ero incapace di reagire: mi chinai fino a poggiare i gomiti sul tavolo da pranzo. Lei, da dietro, mi sbottonò la cinta e mi calò i pantaloni fino alle ginocchia, ma non tolse le mie mutande bianche; ricordo che arrossii mentre pregavo fossero pulite. Un ragazzo non ci pensa troppo a queste cose ma in quel momento mi vergognai fino al midollo. Mi aprì le gambe, stavolta agiva solo da dietro; dal bordo laterale delle mutande fece trasbordare i miei genitali, compreso lo scroto, con le palle che sentivo quasi bollire. A questo punto le sue dita, prima delicate come una piuma, divennero forti ed energiche, come quelle delle infermiere: con fermezza piegò il pisello, che non era mai stato tanto duro e svettante, tutto giù, come se volesse spezzarmelo. Temetti di provare dolore, invece fu solo una sensazione strana, talmente piacevole che avevo paura di fumare dalle orecchie, tanto ero bollente. Con gesti decisi, quasi meccanici, Elena cominciò a mungermi l’arnese verso il basso. Andava su e giù, con un ritmo che mi annientava, sembrava un movimento automatico, inesorabile. “Ti piace?” La voce era roca ma umana, perché per il resto sembrava che una macchina del piacere stesse riservando un trattamento incredibile al mio pistoncino. Non riuscii a dire niente, non risposi. Dopo poco iniziai a traballare sulle gambe, mentre reagivano da sole, provai l’orgasmo più bello e più lungo della mia vita. Infinito, stupendo, mentre la mia aguzzina sembrava non accorgersi del latticello che, copioso, imbrattava il pavimento a ogni munta. “Caccia, caccia tutto quello che hai, piccolo mio” disse con tenerezza. “Godi? Ti piace?” In quel momento pensavo una sola cosa: Io ti amo! * * * Dopo Ferragosto ero molto più padrone della situazione ed Elena mi lasciava fare volentieri delle ricognizioni sul suo corpo morbido e abbondante. Ero un ragazzo, non avevo mai goduto di tanto ben di dio e, spogliata, avevo visto solo mia madre, ma era tutt’altra cosa. Spesso, anche perché faceva caldo, si metteva nuda sul letto, io abbassavo solo i calzoni perché se mi chiamava mia madre dovevo essere subito pronto. Dalle foto che avevo visto e dalle chiacchiere con i compagni, sapevo bene che una donna poteva anche prendertelo in bocca se voleva, sapevo anche che significava scopare ma non avevo mai fatto niente di tutto questo. Imparai bene a venire con la sua sega ed era una cosa meravigliosa. Quasi ogni sera, prima di andar via, lei si metteva al mio fianco, stavamo in piedi, e mi faceva cacciare tutto lo sperma di cui disponevo.


Mi faceva spruzzare sul tavolo della cucina oppure, abitudine strana ma eccitante, in una tazzina da tè. Passata la voglia, scappavo via. Appena in tempo, devo dire. Quasi sempre, appena uscivo da casa sua, vedevo rientrare il marito. Col tempo ci ripensai: quell’uomo sapeva e aspettava che avessi finito; ho compreso dopo la loro libidine segreta. Nonostante mio padre avesse sempre da borbottare, mia madre aveva trovato la sua pace ed io ero contento: non rompevo e non rischiavo per le strade della periferia. Dalla signora Elena ripassavo pure le materie scolastiche e, mai come in quel periodo, ero studioso per evitare qualsiasi cambiamento. Finalmente, un sabato di settembre che i miei avevano un impegno, Elena si offrì di farmi restare a casa sua. Purtroppo c’era anche suo marito: mi rassegnai a guardarla, senza poter fare nulla. Ma le cose andarono molto diversamente. Dopo pranzo, una volta sparecchiato, Elena venne a sedersi sul divano. Il signor Osvaldo, suo marito, guardava la tv senza badare a noi ma, naturalmente, ero imbarazzato e incapace di qualsiasi reazione, anzi, solo al pensiero sudavo freddo, come se mi si potessero leggere sul viso tutte le malefatte e i desideri segreti. Dopo un poco lui si alzò e fece il caffè, con calma si avvicinò alla moglie che, obbediente, si lasciò stringere tra le braccia e anche baciare. Li guardavo affascinato senza riuscire a staccare lo sguardo, deglutivo per la paura; ero incapace di provare gelosia, in quel momento desideravo solo liquefarmi e sparire attraverso lo scarico del lavandino. Loro eseguivano una specie di danza. I movimenti di Elena avevano qualcosa d’ipnotico, di fascinoso. Ruotava il bacino, abbassandosi leggermente sulle ginocchia, e poi scattava verso l’alto all’improvviso, e poi ancora, e ancora, mentre io la spiavo di spalle. Bloccato al mio posto, vidi Osvaldo che iniziava a spogliarla e a toccarla nelle parti intime, proprio come se io non fossi presente. Lei sorrideva leggermente e, ogni tanto, mi guardava di sottecchi, sembrava mi volesse provocare. Nonostante la vergogna, il mio coso si fece durò ma non dovetti preoccuparmi di nasconderlo, perché proprio il marito le disse di abbassarmi i pantaloni. “Alzati, non avere paura: è vero che Elena non ti ha mai succhiato l’uccello?” Non sapevo cosa rispondere e neppure ne sarei stato capace. La baciò in bocca e le sussurrò parole d’intesa, poi si staccò da lei, che ormai era in mutandine e reggipetto, e andò a sedersi al tavolo della cucina, come se il tutto non fosse più affar suo. Elena, invece, tornò sul divano e, facendomelo uscire dallo slip, mi prese il pene in bocca, immediatamente. L’emozione improvvisa me lo fece ammosciare. Mi sembrò di affondarlo in un mare di liquido caldo. Poi lei cominciò a succhiare e le sue gote s’infossarono per lo sforzo. Il pene mi tornò duro: quello era il pompino e lei lo stava facendo proprio a me! Non capii molto in quella turba di piaceri, sono certo che mi succhiò tutto il seme, insistendo fino a prendersi l’ultima goccia. Poi, senza una spiegazione logica per me, corse da suo marito per baciarlo in bocca.


Restarono così a lungo, a godere e a leccarsi, con le bocche velate dalla sborra chiara e appiccicosa. Restammo in amicizia per tre anni, anche se le mie visite divennero più sporadiche e mirate. Imparai tutto del sesso addosso a quella donna e, grazie alla presenza del marito, imparai la perversione. All’inizio usare il mio membro anche con lui mi disgustava un poco, però quando ci ripensavo di notte, nel buio della mia cameretta, la cosa mi eccitava e mi tornava la voglia. Vedere un uomo adulto, prono e posseduto, sotto il mio scettro virile mi faceva sentire onnipotente. Raggiunsi il massimo della mia virilità, e i due godevano nel servirmi sessualmente al meglio delle loro capacità. Non c’era desiderio non appagato o posizione che mi fosse negata, penetravo entrambi, con gusto e come meglio credevo. La perversione mi si leggeva negli occhi, per questo evitavo accuratamente le occhiate sempre più perplesse di mia madre. * * *


Parte seconda Mario è oggi un pensionato settantenne che ha iniziato il suo viaggio nella perversione quando era solo un ragazzo. La coppia matura che lo aveva adescato ne aveva fatto un vero bull. Si definisce bisex e non disdegna situazioni promiscue. Quando conobbe Tiziana, una brava ragazza, estranea al suo giro, decise di formarsi una famiglia, aveva pure iniziato a lavorare. Come spesso accade, i figli e la routine della vita di coppia resero il matrimonio benedetto ma sempre meno frizzante, e Mario sempre più spesso rimpiangeva il suo passato burrascoso e intrigante. Per la moglie un po’ di sesso canonico era più che sufficiente e l’insistenza di Mario, che desiderava la trasgressione, ebbe l’effetto opposto, allontanando Tiziana che non si sentiva amata né capita. * * * Per motivi di lavoro Mario si trovò a ospitare per qualche giorno un suo giovane collega algerino, Abdel, con la fidanzata. I rapporti con Tiziana non erano più tesi, la tolleranza reciproca li aveva stabilizzati e, ogni tanto, riuscivano persino a scopare senza troppe pretese. Una sera, prima di andare a dormire, Tiziana gli riferì un episodio curioso. Quella mattina era rientrata a casa pochi minuti dopo essere uscita per recuperare dei documenti che aveva scordato. Aveva aperto silenziosamente la porta per non svegliare gli ospiti che, per l’etichetta, dormivano separati. Passando davanti alla porta del salone, si era trovata di fronte a una scena inattesa. La promessa sposa, probabilmente vergine, stava accontentando il fidanzato come poteva; gli stava tirando una sega, con mano decisa e a gran velocità. Tiziana, guardando sul soffitto i ghirigori ambrati creati della lampada, narrava divertita la sua disavventura. I due amanti erano proprio nel momento culminante e si erano accorti di lei troppo tardi. Lui, in piedi, con indosso solo la maglietta bianca, indagava estasiato i seni scuri e sodi della fanciulla. Lei gli teneva il membro con due mani e lo strattonava con forza. Sussultando, anche per la sorpresa, e senza potersi più controllare, Abdel era venuto copiosamente saltando all’indietro e spargendo il suo succo opalino sul pavimento. Sorpresa almeno quanto loro, Tiziana era arretrata verso l’ingresso e, senza una parola, era uscita da casa col cuore che batteva per l’emozione e l’imbarazzo. Due giorni dopo, Abdel e la sua ragazza lasciarono la casa e l’argomento non venne mai più toccato, ma quel racconto aveva fatto provare a Mario un brivido d’eccitazione. Il pensiero che la sua morigerata moglie aveva assistito a uno spettacolo tanto morboso lo aveva divertito, e quando alla sua battuta: “Immagino la tua ira quando ti sei accorta che ti avevano sporcato il salotto buono...”, e Tiziana aveva risposto: “Abdel ha un pene molto grosso, enorme. Non avevo mai visto niente del genere”, lui si ringalluzzì, abbastanza arrapato. Dopo un momento d’imbarazzo e di rossore, lei aggiunse: “Insomma, non che ne abbia visti tanti, dopotutto!”. Quella notte Tiziana si lasciò strapazzare dal marito. Più volentieri del solito. * * * “Attento con quel coso: lo sai che hai sconvolto mia moglie?” La battuta di Mario colpì il povero Abdel come una stilettata. Si erano già incontrati altre volte in Consolato, a Firenze, ed erano passati due mesi da quel fatidico giorno. Ma ora, sorpreso in bagno mentre la stava facendo, Abdel arrossì come un tizzone nonostante il colorito olivastro. Mentre arrancava per recuperare il suo pisello, completamente indifeso, restò muto, non sapendo cosa rispondere. Mario sorrideva bonario, più divertito che arrabbiato, e al tentativo di Abdel di farfugliare delle scuse, reagì mettendogli la mano sulla spalla. “Va bene così, figliolo, non c'è niente di male. Anzi, ti devo ringraziare.” Abdel, giovane e inesperto, non diede segno di aver capito il messaggio e Mario lo incalzò. “Dai, amico mio, lavati le mani; ti porto in un posticino che conosco solo io.” * * * “Ecco: verdure fritte, Cecina e un po’ di Pallette” annunciò allegro Mario rientrando con un grosso cartoccio tra le mani. “Abdel, non ti puoi tirare indietro: quasi tutto rigorosamente vegetariano, non hai scusanti!” Aveva organizzato tutto in fretta e furia, ottenendo anche un permesso dal capo di Abdel per fargli avere il pomeriggio libero. Nella grande cucina, però, l’atmosfera era fredda: Abdel e Tiziana erano impacciati. Dopo un paio d’ore, con l’aiuto del cibo e di qualche sorso di birra che Abdel si convinse ad assaggiare, il clima si fece più caldo. Dopo quella volta s’incontrarono ancora, e poi arrivò l’invito al party del Consolato. Tiziana era una gran bella donna, e quella sera indossava un abito attillato. Dallo spacco s’intravedevano le calze nere con la riga, in contrasto con le scarpe color crema. Mario fece di tutto per metterla a suo agio e la lasciò sola con Abdel nell’ampio giardino addobbato e illuminato. Quando sedettero su una panchina, la vicinanza di Tiziana, suscitò in Abdel una sensazione di calore al basso ventre; dopotutto la sua ragazza se n’era andata da mesi e il seme di Allah non va sprecato. Tiziana, sempre imbarazzata, non riusciva a rompere il ghiaccio, la scena della sua nudità le si ripresentava sotto gli occhi. Non poteva dimenticare l’immagine del grosso pene scuro eretto come un bastone; quella visione la perseguitava provocandole reazioni contrastanti. Alla fine, si ritrovarono in tre sulla panchina nella penombra, col sorbetto al limone che Mario aveva corroborato grazie a una buona dose di Gin. Abdel, non era stupido ma non capiva dove Mario volesse andare a parare, ma l’attrazione per Tiziana lo convinse ad accettare il gioco. Al sorbetto erano seguite alcune coppe di champagne che avevano surriscaldato anche la fedele Tiziana; si accorse di stringere le gambe per una sensazione umida che non si placava.


Il ragazzo si alzò per avere la coppia di fronte, nessuno sforzo riusciva a distoglierlo dal fascino di quelle cosce fasciate dalle calze nere, e dall’immaginare, più sopra, un giardino delle delizie. Mario chiacchierava e faceva finta di nulla, ogni tanto scambiava effusioni con Tiziana che non si scherniva per non metterlo in imbarazzo. Distrattamente le carezzava i capelli poi, fingendosi infervorato dal discorso, le poggiava la mano sulla coscia, carezzandola senza pudore e godendosi visibilmente il piacere della seta pura sulla carne tenera. * * * Tiziana rimase scossa da quella strana serata e, nei giorni seguenti, a mente fredda, pensò di aver intuito i desideri pazzi del marito: un ménage à trois. Una delle fisse di Mario, una trasgressione erotica provata in gioventù. Tiziana era una donna metodica, una madre attenta e premurosa; non poteva trasformarsi la notte e divenire una porca gaudente nell’intimità. La sua quotidianità, la sua osservanza quasi clericale, tollerava i rapporti occasionali con Mario; ma il sesso orale era un lusso raro quanto l’accettare di essere profanata contro natura. La sodomia, che mandava il marito in estasi, era per lei quasi del tutto intollerabile. Si godeva i racconti del suo sposo nel momento dell’amplesso, li subiva eccitandosi senza controllo ma tra il dire e il fare… Forse aveva sbagliato a raccontargli di quella stupida avventura, ora il marito era carico di aspettative e certamente avrebbe voluto vederla fare sesso con quel giovane tanto dotato. Maledetto il giorno in cui aveva visto Abdel nudo! Era stata ingenua. Adesso lui la incalzava con la speranza di portare a termine il suo progetto perverso. Sognava di farle assumere tutte le posizioni più sconce e gliele suggeriva di notte, facendola rabbrividire mentre godeva. Mario, spinto dal suo subconscio eccitato e peccaminoso, puntava sul suo desiderio di farle assaggiare il membro di Abdel in tutti gli anfratti che il suo corpo, prosperoso e femminile, nascondeva. Non capiva che, piuttosto che prenderlo davanti a lui, a suo marito, Tiziana avrebbe preferito sprofondare nell’abisso. Abdel era musulmano e circonciso ma la convivenza con gli infedeli aveva molto ammorbidito le sue regole morali; non si rammaricava dei pruriti e delle erezioni che gli provocava la moglie di Mario.


Pensava spesso a lei, dopo il ricevimento si era addirittura masturbato ricordando le sue gambe, scoperte dalle carezze di Mario ben oltre l’orlo della calza scura. Abdel aveva visto le sottilissime mutandine color carne: forse era la sua immaginazione, però era convinto che, tra le cosce socchiuse, una macchiolina umida tracciasse il centro della sua natura di donna. Per quanto si sforzasse di cancellare tutto, non ci riusciva. Il ricordo e il desiderio lo tormentavano. Attribuì lo strano comportamento dei suoi amici all’euforia di una serata pazza e si rassegnò concentrandosi sul suo prossimo matrimonio. Invece Mario, una mattina, lo seguì nei bagni e parlò senza mezzi termini, lasciandolo sconvolto, senza parole. Per definire meglio la sua proposta, lo invitò a raggiungerlo nel suo ripostiglio trasformato in una specie di piccolo ufficio. Mentre delineava il suo piano, Mario lasciò scorrere sul pc immagini incredibili della bella Tiziana, alcune di quando era più giovane, altre recenti. Forte della sua attrezzatura nel campo della sicurezza, l’aveva filmata in momenti intimi, persino durante le sue masturbazioni segrete. Abdel suo malgrado si eccitò e Mario, senza vergogna e con molta dimestichezza, gli sbottonò la patta e gli prese in mano il batacchio. “Ha ragione Tiziana, è enorme” esclamò sorpreso, soppesandoglielo sul palmo. Abdel non ebbe il tempo di ribellarsi, perché l’eccitazione vinse la sua ritrosia e si arrese a quella situazione clandestina e arrapante. Mario ci mise poco a inginocchiarsi e a prendergli in bocca, con grande sapienza, l’asta gonfia e tesa. Lo lavorò per pochi minuti fino a fargli spargere il seme caldo e copioso che, non venne sprecato ma bevuto meticolosamente, con estremo gusto. * * * Tiziana si ritrovava troppo spesso Abdel per casa e la cosa cominciava a irritarla: niente capita a caso! Suo marito era un brav’uomo, ma quando si toccava l’argomento trasgressione, diventava un lupo in cerca di preda. Lei, ben decisa a non cedere, non abbassava la guardia. Eppure, nonostante il suo sesto senso in allarme, la situazione sembrava tranquilla: niente di ciò che temeva si era verificato. Abdel rientrava spesso con Mario, a volte cenavano insieme; qualche pomeriggio festivo seguivano le partite e l’algerino, invece di attentare alla sua virtù, si comportava in maniera del tutto innocua. Mario si godeva quell’amicizia evitando accuratamente qualsiasi allusione.


Tiziana si tranquillizzò; nessuno voleva trascinarla nella perdizione e Abdel si era dimostrato un ottimo amico: fedele, delizioso e affascinante. Lei, però, non abbassava del tutto la guardia: possibile che suo marito, porcello per natura, non tentasse trabocchetti? Non tendeva imboscate, nonostante che, per casa girasse un ragazzo con un coso di ventisei centimetri tra le gambe. Sembrava incredibile, eppure… Una sera di settembre l’allarme squillò nella sua testa. Era sabato, Mario aveva fatto di tutto per liberarsi delle figliole. L’immancabile Abdel era invitato a cena e, stavolta, suo marito aveva fatto le cose con stile: stuzzichini, candele, musica soft. “Sembra che aspetti una donna, invece del tuo amichetto” disse per stuzzicarlo ma lui rispose con estrema innocenza. “Non capisco! Oggi è il suo compleanno. Sai, sono due anni che non torna a casa. È solo, qui.” Tiziana, presa in contropiede, si commosse e un po’ si vergognò per la sua malafede. Ma la notte era lunga e altre cose dovevano accadere. * * * Quando Abdel arrivò, Tiziana cadde nel solito, leggero imbarazzo ma la serata si svolse senza intoppi né esagerazioni. Mario si comportò benissimo e, anche se diede l’impressione di aver ecceduto col vino, non si lasciò andare a battute pesanti e non mise a disagio la moglie. L’algerino apprezzò particolarmente il couscous con carne di pollo e verdure, lo mangiò con le mani alla maniera del suo paese. Dal freezer venne fuori una torta gelato adornata con datteri freschi, un dolce tipico della città di Abdel, accompagnata da un ottimo vino, fresco e frizzante. Subito dopo, Mario sparò il colpo. Uno solo, subdolo, assassino. Poche, imprevedibili, parole. “Caspita, adesso ho davvero bisogno di camminare un po’.” Un sorriso ingenuo gli si disegnò sul volto. “Non vi preoccupate, ma se vado a letto così, mi viene un infarto.” E rapidamente sgusciò via, giusto il tempo di prendere un giubbotto e poi si perse nel buio del vialetto. Per Tiziana l’atmosfera si fece improvvisamente pesante e carica d’imbarazzo. La sorpresa per l’uscita di Mario aveva placato l’ebbrezza, ma il suo animo restava allegretto e leggermente eccitato. Abdel aveva bevuto poco, l’alcol gli era proibito. Il vino frizzante lo aveva reso solo euforico, giusto per superare le sue inibizioni e tentare di mettere in pratica i suggerimenti di Mario. “Così siamo rimasti soli” disse, non trovando di meglio. Si erano alzati in piedi, Tiziana era sulla porta del salone, proprio la stanza, dove tutto aveva avuto inizio. Lui provò a farsi più vicino, ora si guardavano negli occhi e la casta Tiziana iniziò a non sentirsi più tanto sicura di sé. “Sai” continuò il giovane, “da quella volta che mi hai visto, non faccio che pensare a te, ricordo l’imbarazzo nei tuoi occhi e la paura, in questi mesi, si è trasformata in desiderio”. Per non opprimerla, preferì sedersi, allontanandosi un po’. In quel momento non gli sembrava più importante quello che gli aveva raccontato Mario, aveva deciso di aprirle onestamente il suo cuore. “Vedi, prima mi vergognavo, poi ho iniziato a sognare che tu mi sorprendessi di nuovo nella stessa situazione, per ritrovare lo sguardo innocente ma voglioso che ho intravisto quella strana mattina.” “Ma che dici?” replicò lei mentre si avvicinava. Non aveva mai provato un’attrazione così intrigante, così viscerale. Lui era così giovane… “Lo sai che sono sposata, tu sei un caro amico…” Abdel ignorò le sue parole, guardandola si alzò di nuovo, non trovava pace. “Volevo capire, volevo sapere dalla tua bocca che effetto ti ho fatto, se pure tu hai provato desiderio.” Ma le parole non occorrevano più, Abdel decise di servirsi dei consigli perversi di Mario, aveva solo un obiettivo: abbracciare Tiziana e stringerla al petto. Si fece coraggio, si mise al suo fianco come un fidanzatino, poi le pose delicatamente la mano sulla nuca, in un gesto del tutto innocente. Eppure Tiziana, per un attimo, s’irrigidì. Quando le dita iniziarono a scendere lungo la sua schiena, perse il controllo. Prima di cadergli tra le braccia si chiese come avesse potuto capire che lei… che per lei… la schiena… Poi, fu tutto un intrecciarsi di lingue e dita che cercavano la pelle sotto la stoffa leggera. Gesti semplici eppure desiderati da mesi; ognuno voleva indagare il corpo dell’altro, una curiosità non appagata che si era trasformata in vera libidine. Tiziana sentì un calore che non provava da tempo e un trasporto irrinunciabile verso il giovane dalla pelle olivastra. Attratta dalla bocca carnosa e dai denti bianchi si lasciò baciare e accettò la sua lingua come una ragazza al ballo della scuola. Le sembrava di sognare, non si sentiva così ragazza da tanti anni, ma si sentì venir meno quando, con le mani s’impadronì del tubo scuro e caldo di Abdel.


Lui lo aveva già tirato fuori, forse perché costretto nei pantaloni chiari, e adesso il cazzo sciabolava libero fuori dalla patta. * * * Iniziò così la strana relazione di Tiziana e durò per quasi un anno. Abdel conobbe il sesso passionale che, probabilmente, non avrebbe mai più provato nel suo paese, assorbito dalle tradizioni. Tiziana, invece, imparò la trasgressione totale, il desiderio sfrenato, la voglia matta. Lo status che il marito aveva sempre desiderato rubarle e che lei non gli aveva potuto donare. Faceva tutto per il suo giovane amante, felice di farlo felice; si disperava per prendergli meglio l’enorme pene tra le labbra, desiderava che la infilzasse in ogni posizione, specialmente da dietro, quando china, attendeva la sua dolcissima punizione. Lui arrivava e la penetrava come un treno che sembrava non finire mai. Quando lo teneva tutto dentro, le volte in cui trovava il coraggio di sedergli a cavalcioni, ne sentiva la presenza fin nella pancia e provava il forte desiderio di tenerselo dentro per sempre. Fu lei a cercare il sistema migliore e l’olio più delicato per permettere a quella colonna di carne di avere ragione persino del suo culetto poco esercitato. Era davvero un sacrificio estremo, e restava indolenzita per alcuni giorni, ma la passione superava il buonsenso. La certezza che lui sarebbe andato via portandosi dietro i ricordi di quell’anno di follia la faceva vivere in un continuo stato di desiderio carnale. Quando con le dita s’ispezionava, e scopriva di averlo dentro fino alla radice, si sentiva pervadere da una specie di euforia: trionfava come un’atleta che vince un torneo. Tutto era facile in quel periodo, forse anche troppo. Era facile incontrarsi, era facile trovare il tempo e l’occasione, era facile trovare il posto giusto per starsene da soli e godere. Quella lunga vacanza sessuale fece bene a Tiziana, adesso era più sciolta persino col marito, e le battutine nel buio, i suoi accenni a piaceri proibiti, la facevano godere e arrossire. Mentre la possedeva, a volte, Mario le suggeriva situazioni immaginarie che, invece, per lei erano diventate abbastanza reali. Come poteva? Tiziana era certa che lui non conoscesse la verità e si convinse che, semplicemente, giocava con la fantasia. Ebbene no, cari lettori, noi lo sappiamo: Mario sapeva tutto e spiava, in vari modi, i rapporti segreti di sua moglie. A volte, anche lo stesso non sapere cosa stesse accadendo lo eccitava da matti, soffriva e godeva immaginando il loro piacere nascosto e la goduria che Abdel sfogava sulla sua donna. Il giovane algerino era suo complice. Era il prezzo del piacere, il prezzo da pagare per scoparsi la bella signora di cui s’era innamorato. Per tutto quell’anno, Mario non ebbe il coraggio di spezzare l’incantesimo. Ci provò più volte senza riuscirci. Non partecipò mai, fisicamente, ai loro incontri e non disse mai alla moglie che conosceva la verità. Poi il tempo passò e la storia finì. Abdel ritornò al suo paese, Tiziana ridiventò la moglie fedele e controllata di sempre. Mario, dopo trent’anni, ancora la stuzzica con le sue battutine, cercandole negli occhi quella verità che lui ben conosceva e godendosi i rossori segreti della sua mogliettina che ancora nega di averlo mai tradito. Misteriosamente, quell’unico neo, quel peccato pendente dell’ennesima moglie fedele, grazie all’animo perverso e assetato di un marito insaziabile ha creato quell’equilibrio instabile, quell’incertezza costante che, forse è l’unica architettura capace di sostenere e ravvivare il desiderio in un matrimonio in bilico da quarant’anni. © - Giovanna Esse 2016

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